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Scenari e prospettive dei mercati finanziari

Borsa: le ragioni di un ribasso. Alcuni titoli su cui puntare a Piazza Affari

(09 marzo 2007)
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Il ribasso generalizzato che ha colpito i listini nella scorsa settimana ha scatenato il panico tra gli investitori. E non poteva essere diversamente: un calo di questa entità non si vedeva sul Dow Jones Industrial dal maggio del 2006, sullo S&P500 dal 5 giugno del 2006 ed il Nasdaq Composite dal 27 novembre. Per quello che riguarda il mercato domestico un ribasso come quello visto martedì 27 febbraio, da quota 42740 a 41630, 1110 punti, non si vedeva per il future S/P/Mib dal 17 maggio 2006. Prima di allora una seduta altrettanto ampia in termini di estensione (anche se meno drammatica grazie al rimbalzo dei prezzi in chiusura) si era vista il 7 luglio 2005, in occasione degli attentati alla metropolitana di Londra. Eclatanti sono stati anche i volumi del future, saliti al di sopra di quota 34000 pezzi scambiati, un evento che non si realizzava, se si escludono i picchi dovuti ai cambi di contratto, proprio dal 7 luglio 2005. Inutile dire quindi che le sedute di martedì 27/02 e giovedì 01/03 hanno rappresentato un potenziale punto di svolta critico per il mercato. E'' altresì vero che usualmente, quando i ribassi si realizzano in modo violento come quello di settimana scorsa, difficilmente si estendono anche temporalmente. A maggio 2006 ad esempio dopo la discesa del 17 il future si mise laterale per due giornate e dopo un ultimo affondo avviò una correzione. Anche in questa occasione il rimbalzo messo a segno a partire da lunedì dagli indici domestici ed americani lascia ben sperare per un tentativo di recupero almeno parziale in attesa di chiarimenti di quelle che sono le intenzione dei mercati.

C’è da dire infatti che ad uno scivolone così accentuato non hanno fatto da contraltare dati preoccupanti. Il ribasso è stato determinato da un mix composto dall’attentato contro la base Usa in Afganistan e dal crollo della borsa di Shanghai (che però successivamente è rimbalzata), e solo in parte dai dati sugli ordini di beni durevoli Usa peggiori delle attese. L’indice degli ordinativi di beni durevoli è risultato nettamente inferiore alle previsioni degli economisti (a gennaio ha registrato una discesa del 7.8% m/m contro il -2.5% del consensus). L’indice dei beni capitali meno il settore difesa, ritenuto una buona approssimazione degli investimenti delle imprese, è crollato del 19.9%, la flessione più elevata di sempre. Questa settimana segnali di rallentamento dell''economia Usa sono venuti anche dal dato che ha messo in mostra un netto calo per gli ordini all’industria che a gennaio hanno fatto segnare un calo del 5.6% m/m, nettamente superiore al -1.3% del consensus. Al netto del settore trasporti il dato è risultato pari a -2.9% m/m. E’ vero che queste cifre pongono alcuni dubbi sulla capacità di tenuta della congiuntura americana, ma oltre alle parole di Ben Bernanke, che ha specificato che non c''è stato nessun cambiamento dal punto di vista dei fondamentali e che anzi si attende una crescita a partire da metà anno, vi sono stati anche altri dati che hanno fornito indicazioni positive.

Da un lato infatti le vendite di nuove case degli Stati Uniti hanno riportato nel mese di gennaio cali superiori rispetto alle attese: l’indice è sceso del 16,6 per cento, a quota 937 mila unità, il dato più basso degli ultimi quattro anni. Dall''altro le vendite di case esistenti a gennaio sono salite del 3% m/m, portandosi ad un tasso annualizzato pari a 6.46 milioni di unità, meglio dei 6.24 previsti dagli analisti. La bolla immobiliare quindi non è disinnescata, ma nemmeno pronta a scoppiare. Ed anche l’indice di fiducia dei consumatori nella versione del Conference Board a febbraio è salito a 112.5 punti dai 110.2 del mese precedente, sorprendendo le attese degli economisti che erano per una discesa a 108. Positivo è il clima di fiducia anche su questa sponda dell’Atlantico. L''indicatore sul clima economico di Eurolandia in febbraio è tornato infatti a crescere, portandosi a 1,56 da 1,39 di gennaio. Il dato comunicato dalla Commissione europea è ben superiore alle stime degli esperti che indicavano un valore di 1,38, dopo che a dicembre l''indicatore aveva toccato il proprio record salendo a 1,60.

I ribassi dei listini hanno confermato una volta di più l’interdipendenza dei diversi mercati.

L''obbligazionario europeo ha proseguito con vigore i rialzi già avviati venerdì 23 febbraio. Le chiusure in rosso dell''azionario hanno fatto affluire un fiume di denaro sui più sicuri titoli di Stato. In proporzione sono decisamente evidenti i guadagni della parte di curva compresa tra 5 e 7 anni (con modified duration media a 6.55), quella sulla quale potrebbe quindi essere opportuno per l’investitore concentrare l’attenzione in caso sia alla ricerca di alternative (temporanee?) all’azionario. Da notare che a seguito degli acquisti per la prima volta da mesi l''inversione della curva dei rendimenti americana non è più così perfetta: il rendimento della parte a medio-lungo termine (10 anni) ha scavalcato infatti quello del medio termine.

 


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